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IL SETTORE GIOVANILE DELL´U.S.D. OPITERGINA - IMPEGNO SPORTIVO ED INVESTIMENTO PER LA COMUNITÀ

25-02-2016 21:53 - Scuola calcio

Il giorno 14 dicembre 2015, presso il nuovo ed innovativo spazio eventi messo a disposizione dalla "Nice spa", si è tenuto un importante incontro dedicato a tutto il settore giovanile dell´U.S.D. OPITERGINA (allenatori, atleti, dirigenti ed accompagnatori), tenuto dal prof. Antonello Bolis, dal titolo "LA CULTURA DELLA SCONFITTA E GLI INPUT EFFICACI PER FAR CRESCERE I NOSTRI RAGAZZI - COME STIMOLARE L´AUTOSTIMA".
L´evento è stato possibile grazie alla collaborazione con il Milan Academy, che ha messo a disposizione il predetto proprio referente per l´area psicopedagogica.
Il tema, delicato ed importante per la crescita dei ragazzi, testimonia l´impegno e la visione della nostra associazione sportiva che ritiene essenziale uno sforzo complessivo verso una crescita equilibrata della loro personalità.
Ciò si traduce anche in un investimento a favore della comunità locale, che necessita di nuove personalità che sappiano riconoscere nell´impegno, nella fatica e nella sconfitta, risorse utili per la continua ricerca di migliori livelli di benessere economico e sociale.
In tale senso, deve essere anche compreso e valorizzato l´indispensabile supporto delle aziende che sostengono l´attività dell´U.S.D. OPITERGINA, come nell´importante evento qui descritto da parte della "Nice spa", fortemente attenta e sensibile verso tutte quelle azioni che si dedicano alla crescita dei ragazzi.
Per evidenziare come, nel tempo, si sia evoluto il contesto sportivo a favore dei giovani, riportiamo una preziosa testimonianza di Prando Prandi, giornalista sportivo e scrittore della nostra provincia, dal titolo "Il luogo degli eroi".

IL LUOGO DEGLI EROI
Le competenti considerazioni espresse da Gianni Rivera, amatissimo simbolo di una splendida lunga estate rossonera, all´amico Bruno Dal Ben in occasione dell´incontro avvenuto con lui a Roma in occasione dell´attribuzione delle benemerenze FIGC, sul ruolo formativo degli "oratori" di antica memoria, mi han ricacciato indietro di cinquant´anni, quando nei miei solinghi pomeriggi domenicali triestini, a volte spazzati dalla gelida bora mia fedele compagna d´adolescenza, a volte intiepiditi da un sole che non volevo mai veder tramontare, andavo al "Don Bosco" armato di un pallone e di tanta voglia di divertirmi. Era quella la mia calcistica palestra quotidiana. Una colata di cemento (altro che soffici campetti di calcetto dei giorni d´oggi!) in mezzo ai palazzi e due porte tracciate con la vernice sui muri dell´oratorio erano la nostra Valmaura. Lo stadio della mitica Triestina, dall´altro capo della città, meta agognata di rare domeniche pomeriggio mai dimenticate, durante le quali (oggi ne sono certo) si è formata una buona metà della la mia coscienza sportiva.
L´altra metà l´han formata proprio le partite a calcio organizzate all´oratorio da don Sergio, ambitissimo improvvisato arbitro che saltellava da un lato all´altro di quell´insidioso ruvido campetto, costretto da una lunga tonaca che sembrava una bottoniera d´ascensore. Occasioni per puntellare i miei solidi valori: la sana emulazione nei confronti dei più bravi ad esempio. L´invidia (mai esternata) nei confronti della spavalda bravura di Pietro, che con delle ginocchiere sempre lise ed i guantoni da portiere che io non avevo, si tuffava con disinvolta incoscienza sul nudo cemento per ghermire per me palloni impossibili. Era lui il più conteso dai capitani (i più grandi per intenderci) quand´era il momento di fare le squadre. Coltivai allora il senso del rispetto per l´avversario, che non andava abbattuto ma fermato, che non andava strattonato ma affrontato, che applaudivamo quando usciva dal campo in fretta per correre a casa a fare i compiti, osservato speciale per le prossime partite. Le bestemmie, istituzionalmente bandite ai tempi dal luogo, dalle frequentazioni di quel luogo e dall´educazione ricevuta in famiglia, erano oggetto di cartellino rosso e vergogna. Le sconfitte (tante!) il pungolo per fare meglio la prossima volta, per accettare la legge del più forte, che nello sport è regola.
Quel microcosmo di formazione oggi è demodé, sparito dagli usi e dalla pratica dei giovani che si aggregano piuttosto in mandrie per una sorta di triste transumanza da un bar all´altro il sabato pomeriggio, si "parlano" con i telefonini e si radunano spesso in spavalde bande che han preso il posto delle squadre di un tempo. I cui nomi studiavamo con cura: nomi di fiori che adornavano spesso lunghissimi tabelloni per interminabili tornei estivi che non finivano mai per gli altri e presto per me.
Ricordo le molte sconfitte della mia "Gardenia", l´amarezza per i gol beccati da "pollo", i ruvidi contatti con attaccanti senza scrupoli che, accidenti!, ci mettevano sempre prima il piede delle mie mani.
Ricordo (e diamine!) un momento di gloria, forse unico e come tale mai dimenticato. Quando subentrato tra i "pali" a Pietro, solito eroe della giornata, io riserva dal culo piatto in panchina, fui chiamato incredibilmente a sostituirlo (perché si era altrettanto incredibilmente infortunato) negli ultimi decisivi minuti di un match che sognavo da anni. Eravamo in vantaggio e ci fischiarono un rigore contro a pochi secondi dalla fine.
Ricordo perfettamente cosa mi passò per la testa mentre l´attaccante più bravo lisciava con calma olimpica con la maglia il pallone prima di porlo sul fatidico dischetto. "Lui tira sempre a destra..." tecnica, certa convinzione, avendolo ammirato protagonista di tanti rigori vincenti da bordo campo.
Pochi istanti prima che calciasse fu il silenzio nel fondo della mia anima di "sempre perdente". Allargai le braccia nel tentativo di distrarlo, di emulare inconsciamente per un secondo solo Cudicini che per me era un mito, ma soprattutto per cercare di restringere quella porta per me sterminata. Fu un lampo: mi buttai disperatamente a sinistra d´istinto, sovvertendo ogni logica, il buon senso, le certezze. Mi ritrovai il pallone saldamente tra i guantoni che Pietro mi aveva cavallerescamente ceduto. Stentai a crederci. L´avevo presa! II silenzio si trasformò in un boato del cuore, la paura si stemperò in una grande gioia. Mi portarono in trionfo. Fu la prima volta, certamente l´ultima. Poi andammo a festeggiare a spuma e panini.
Rivera ha ragione: non ero un campione nel calcio ma grazie a quanto ho appreso in oratorio ho sempre cercato di esserlo nella vita, mandando a memoria le lezioni apprese su quel duro cemento. E quando ho bisogno di un aiuto mi raccomando a lui, proprio Don Bosco...
(Prando Prandi)


Fonte: USD OPITERGINA
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